Nel mondo delle corse ci sono automobili che entrano nella storia per aver vinto gare, conquistato campionati o segnato un’epoca dal punto di vista tecnico. E poi ce ne sono alcune che riescono a diventare leggendarie per ragioni completamente diverse. È il caso della Porsche 917/20, una delle vetture più curiose mai viste alla 24 Ore di Le Mans. Una vettura passata alla storia con un soprannome decisamente poco convenzionale per una macchina da competizione: Pink Pig, il maiale rosa.
La nascita della Porsche 917/20
Per capire da dove nasce questa storia bisogna tornare al 1971, quando Porsche era ormai uno dei riferimenti assoluti nelle gare di durata. La 917 aveva conquistato la 24 Ore di Le Mans nel 1970, regalando alla Casa di Stoccarda la prima vittoria assoluta nella gara francese, e il programma sportivo continuava a sviluppare soluzioni sempre più estreme per migliorare le prestazioni del prototipo.
La 917/20 nasce proprio in questo contesto. Il progetto aveva l’obiettivo di combinare alcune delle caratteristiche aerodinamiche delle versioni a coda corta e a coda lunga della 917, dando vita a una vettura dalla carrozzeria particolarmente larga e arrotondata. Il risultato, almeno dal punto di vista estetico, era molto diverso dalle Porsche da corsa a cui il pubblico era abituato. Le forme erano più massicce e meno filanti, tanto che all’interno della stessa Porsche qualcuno iniziò a paragonare la vettura a un maiale.
Da quella somiglianza nacque l’idea che avrebbe trasformato una semplice vettura sperimentale in una delle livree più riconoscibili della storia del motorsport.
Perché la Porsche 917/20 è diventata la Pink Pig
Per la 24 Ore di Le Mans del 1971 la 917/20 venne infatti dipinta completamente di rosa. Ma Porsche non si limitò a scegliere un colore insolito. Sulla carrozzeria vennero indicate le diverse parti anatomiche del maiale, utilizzando termini tedeschi come “Schinken”, “Schulter” e “Rüssel”. Il cofano e le fiancate della vettura sembravano così una vera e propria mappa anatomica, con il prototipo trasformato in quello che sarebbe diventato, appunto, il Pink Pig.
L’effetto era difficile da ignorare. In un’epoca in cui le livree delle vetture da endurance erano spesso dominate dai colori dei costruttori e degli sponsor, Porsche portò a Le Mans una macchina che sembrava uscita da una macelleria. Dietro quella scelta apparentemente scherzosa, però, c’era anche un modo intelligente di valorizzare una caratteristica della vettura che inizialmente poteva sembrare un limite: la sua forma insolita.
La Pink Pig alla 24 Ore di Le Mans 1971
Al volante della 917/20 vennero schierati Reinhold Joest e Willi Kauhsen. La Porsche partì dalla settima posizione e mostrò un ritmo competitivo nelle prime fasi della gara, ma la sua avventura a Le Mans terminò prima del previsto. Un incidente costrinse infatti la vettura al ritiro, impedendole di trasformare quella livrea memorabile in un risultato sportivo altrettanto importante.
Ed è proprio qui che la storia della Pink Pig diventa interessante. La 917/20 non vinse Le Mans e non è ricordata come il progetto Porsche più vincente di quell’epoca. Eppure, più di cinquant’anni dopo, è probabilmente una delle 917 che anche chi non conosce in profondità la storia dell’endurance riesce a riconoscere immediatamente.

Come una Porsche senza vittorie è diventata un’icona
Il motivo è semplice: la Pink Pig aveva una storia da raccontare.
La livrea trasformava una scelta tecnica e una forma particolare della carrozzeria in un elemento narrativo. Non era soltanto una Porsche rosa, ma una vettura sulla quale ogni parte della carrozzeria aveva assunto un nome, rendendo immediatamente comprensibile l’origine del suo soprannome. Era una soluzione talmente particolare da diventare, con il tempo, parte dell’identità stessa del marchio.
È anche per questo che Porsche ha continuato a riprendere il tema della Pink Pig negli anni successivi, reinterpretandolo su vetture moderne e riportandolo più volte all’interno delle proprie iniziative legate al motorsport. Quello che nel 1971 poteva sembrare semplicemente uno scherzo grafico è diventato così una delle livree più celebri associate alla Casa tedesca.
L’eredità della Pink Pig
Oggi la Porsche 917/20 originale è conservata al Porsche Museum di Stoccarda e continua a essere uno degli esemplari più curiosi della storia sportiva del marchio. La sua carriera agonistica fu breve e il risultato ottenuto a Le Mans non fu quello sperato, ma la sua eredità è rimasta molto più a lungo della sua carriera in pista.
La storia della Pink Pig racconta, in fondo, qualcosa di interessante anche sul motorsport in generale. In un ambiente nel quale tutto viene progettato per ottenere il massimo della prestazione, esistono ancora elementi capaci di diventare memorabili semplicemente perché hanno personalità. La Porsche 917/20 non è entrata nell’immaginario collettivo soltanto per ciò che riuscì a fare in pista, ma per il modo in cui riuscì a farsi ricordare.
E forse è proprio questo il dettaglio più curioso: a volte, nella storia delle corse, non serve vincere per diventare un’icona.
Photo credit copertina: © Automobilist



