Domenica 23 agosto, poco dopo le 17, la bandiera a scacchi di Zandvoort chiuderà un Gran Premio e insieme un contratto. Sarà la trentaseiesima edizione iridata del Gran Premio d’Olanda, la sesta da quando la Formula 1 è tornata sulla costa del Mare del Nord nel 2021, e per ora l’ultima. Dal 2027 il circuito olandese non figura più nel calendario.
C’è qualcosa di stonato in questo addio, ed è la ragione per cui vale la pena parlarne prima che diventi soltanto una statistica. Zandvoort non se ne va perché non funzionava. Se ne va nel pieno della sua seconda giovinezza.
Un evento pieno che chiude i conti in rosso
I numeri della gara sono quelli che qualunque promoter firmerebbe: 305.000 spettatori sull’arco del weekend, tribune esaurite, un pubblico che arriva quasi tutto a piedi, in bicicletta o in treno perché di parcheggi, tra le dune, non ce ne sono. La festa del dopo-gara nei beach club è diventata parte del prodotto quanto la corsa.
Eppure i conti non tornano. Il promoter ha valutato l’evento non più sostenibile: pesa l’aumento dell’IVA sui biglietti indicato dal direttore del circuito Robert van Overdijk, pesa un modello di ricavi che regge solo con il tutto esaurito ogni anno. L’ipotesi di alternarsi con Spa-Francorchamps a stagioni alterne, la stessa soluzione adottata per Barcellona, è stata studiata e poi accantonata. La Formula 1 aveva già confermato tutto a dicembre 2024: contratto fino al 2026, poi si volta pagina.
È il paradosso di questa fase del campionato. Il calendario cresce, i costi di ingaggio crescono con lui, e a rimetterci sono le piste che vivono di biglietti e non di fondi statali. Zandvoort ha 4.259 metri, tribune ricavate dove capita e nessun petrolio alle spalle. Ha resistito per sei anni sulla popolarità di un pilota.
Il weekend: sprint, casco bianco e blu, una classifica già scritta
L’ultima volta arriva con una novità che nessuna delle edizioni precedenti aveva avuto: il format sprint. Venerdì 21 agosto una sola sessione di libere alle 12:30 e poi subito le qualifiche sprint alle 16:30, sabato 22 la gara sprint a mezzogiorno e le qualifiche alle 16:00, domenica 23 il Gran Premio alle 15:00 sui 72 giri consueti. Una sola ora di prove per capire una pista dove il vento sposta la sabbia sull’asfalto e il grip cambia di sessione in sessione. Chi sbaglia venerdì non ha il tempo di rimediare.
Il campionato arriva qui con Kimi Antonelli in testa a quota 219 punti, cinquanta più di Lewis Hamilton, e con Max Verstappen sesto a 109. L’olandese saluta il suo pubblico con un casco che rinuncia all’arancione per il bianco e il blu delle ceramiche di Delft, con il leone olandese sulla calotta. Alla domanda su cosa provi, ha risposto che è un peccato, aggiungendo che il circuito resterà comunque aperto per altre categorie e per i track day. Sportivamente ineccepibile. Emotivamente, un po’ meno di quello che i 100.000 delle tribune si aspettavano.

Tre momenti che spiegano perché Zandvoort conta
Chi ha meno di trent’anni associa questa pista a Verstappen e alla marea arancione. La storia è molto più lunga, e in buona parte molto più dura. Ci sono l’esordio iridato del 1952 con la tripletta Ferrari firmata da Alberto Ascari, le quattro vittorie di Jim Clark tra il 1963 e il 1967 che restano il record del Gran Premio, la prima volta di James Hunt nel 1975, la Ferrari di Gilles Villeneuve riportata ai box su tre ruote nel 1979. Ma se si deve capire cos’è stata davvero questa pista, bastano tre domeniche.
1973: il giorno che ha cambiato le regole sui soccorsi
Roger Williamson ha ventitré anni ed è al secondo Gran Premio in carriera. Al giro otto una foratura scaglia la sua March contro il guard-rail: la vettura si capovolge, scivola per centinaia di metri e prende fuoco. David Purley ferma la propria macchina, attraversa la pista e prova a ribaltarla da solo. I commissari sono lì ma non hanno tute ignifughe e non possono avvicinarsi al rogo. Gli altri piloti passano senza rallentare, convinti che l’uomo in tuta a bordo pista sia il pilota già uscito dall’abitacolo. Quando arrivano i mezzi antincendio, è troppo tardi.
Purley riceverà la George Medal per il tentativo di soccorso. Le fotografie di Cornelis Mooij vinceranno il World Press Photo l’anno successivo. E da quel giorno l’abbigliamento ignifugo diventa obbligatorio anche per i commissari di percorso: Zandvoort aveva già ucciso Piers Courage tre anni prima, in circostanze quasi identiche, e a quel punto il conto era diventato impossibile da ignorare.

1985: l’ultimo acuto di Lauda, poi trentasei anni di silenzio
Partito decimo, Niki Lauda vince davanti al compagno di squadra Alain Prost per due decimi, con Ayrton Senna terzo. È il venticinquesimo e ultimo successo della sua carriera. È anche l’ultima gara di Formula 1 in Olanda per trentasei anni: il gestore del circuito fallisce, la parte sud del tracciato viene venduta e diventa un parco vacanze, la pista si accorcia sotto la lunghezza minima per ospitare un Gran Premio.
Vale la pena tenerlo a mente questa settimana. Anche allora l’addio sembrava definitivo, e per un quarto di secolo Zandvoort è sopravvissuta facendo la casa del Masters di Formula 3.
2021: il ritorno ed un banking che non esiste da nessun’altra parte
Il rientro in calendario passa da una ristrutturazione firmata dallo studio italiano Dromo, che risolve il problema dei sorpassi in un modo che nessun altro circuito moderno ha adottato: due curve sopraelevate a circa 18 gradi, la Hugenholtz e la conclusiva Arie Luyendykbocht, il doppio dell’inclinazione di Indianapolis. Verstappen vince davanti a 195.000 persone e diventa il primo pilota olandese a imporsi nel proprio Gran Premio di casa. A distanza di anni indica ancora quella come la vittoria più intensa della sua carriera.
Da lì in avanti sono arrivati il diluvio del 2023, con la nona vittoria consecutiva che eguaglia il record di Vettel, e la domenica del 2025 in cui il ritiro di Norris ha spedito Piastri verso il titolo e Isack Hadjar sul suo primo podio. Cinque edizioni, cinque vittorie di chi partiva davanti a tutti.
Cosa se ne va davvero
Quel dato dice anche del difetto: Zandvoort è stretta, i sorpassi si fanno quasi solo alla Tarzan, e chi cerca gare imprevedibili ha sempre avuto argomenti per criticarla. Ma è anche una delle ultime piste in cui il tracciato segue il terreno invece di correggerlo, dove la curva 7 si affronta oltre i 260 all’ora con cinque g addosso e la Scheivlak arriva in cieco oltre il dosso.
Le piste così non si costruiscono più, e questa non è nostalgia: è una constatazione tecnica. Servono spazi di fuga che tra le dune non esistono, servono margini di sicurezza che si ottengono spianando. Zandvoort è tornata perché un ingegnere ha trovato il modo di renderla accettabile senza addomesticarla del tutto.
Il circuito non chiude, ed è questo il dettaglio che rende l’addio meno definitivo di quanto sembri. Continueranno a correrci altre categorie, resteranno i track day, e nulla vieta che tra qualche anno il calendario torni a bussare. La Formula 1 ci ha già messo trentasei anni una volta. Domenica, comunque vada, conviene guardarla fino all’ultimo giro.
Photo credit copertina: © DGP Media



