Domenica 16 settembre 2001, appena cinque giorni dopo il crollo delle Torri Gemelle, la Formula 1 accese i motori per il GP d’Italia in un clima che nulla aveva a che fare con la consueta euforia del Gran Premio di casa Ferrari. Il Mondiale, già deciso da settimane con il titolo di Michael Schumacher, passò improvvisamente in secondo piano: quella domenica la vera domanda, nel paddock e fuori, non era chi avrebbe vinto, ma se fosse giusto correre.
La decisione della FIA: si corre, ma in un altro modo
Nei giorni immediatamente successivi agli attacchi dell’11 settembre, mentre lo spazio aereo statunitense restava chiuso e il mondo intero era ancora sotto shock, si sollevarono da più parti richieste di cancellare l’evento in segno di rispetto per le vittime. La Federazione Internazionale dell’Automobile scelse invece una strada intermedia: confermare lo svolgimento del GP d’Italia, ma svuotarlo di ogni elemento spettacolare e celebrativo. Sparì il tradizionale passaggio delle Frecce Tricolori, furono aboliti i festeggiamenti sul podio, e l’intero weekend fu attraversato da un’atmosfera sobria, quasi sospesa, ben lontana dal solito tripudio di folla che da sempre accompagna Monza.
Il gesto Ferrari: le monoposto senza sponsor
Fu il Cavallino a compiere il gesto simbolicamente più forte dell’intero weekend. Con l’accordo di tutti gli sponsor tecnici e commerciali, Ferrari decise di rimuovere ogni marchio dalle carrozzerie delle F2001 e dalle tute da gara di Michael Schumacher e Rubens Barrichello, dipingendo i musetti delle vetture di nero. Un’immagine mai vista dalla fine degli anni Sessanta: una Ferrari senza pubblicità, in un contesto normalmente dominato dalla densità dei loghi sponsor. Il contrasto visivo, rispetto alle livree sgargianti a cui il pubblico era abituato, rese immediato il significato del gesto, senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

Anche altri team scelsero di aderire, seppur con intensità diversa, al clima di lutto collettivo: la Jaguar, ad esempio, si presentò in pista con il cofano motore dipinto di nero e impreziosito da una bandiera a stelle e strisce, mentre sugli spalti di Monza sventolarono numerose bandiere americane, in un tributo spontaneo del pubblico italiano.
Il minuto di silenzio e il patto tra piloti
Prima della partenza, tutti i piloti si raccolsero per un minuto di silenzio in memoria delle vittime degli attentati. Le immagini dell’epoca restituiscono un gruppo di uomini visibilmente scossi, lontanissimi dal consueto clima di adrenalina pre-gara: il tradizionale giro di ricognizione si svolse senza i sorrisi e i saluti al pubblico a cui i tifosi erano abituati.

A rendere ancora più delicato il weekend contribuì un secondo elemento, meno noto ma altrettanto pesante: proprio in quei giorni, Alex Zanardi lottava tra la vita e la morte dopo il gravissimo incidente occorso pochi giorni prima in una gara CART in Germania. Inoltre, i piloti arrivarono a Monza con il ricordo ancora vivido della tragedia dell’anno precedente, quando un maxi incidente alla variante della Roggia era costato la vita a un commissario di percorso. Fu proprio per questo doppio carico emotivo che Michael Schumacher e Jarno Trulli proposero, alla vigilia, un accordo informale tra tutti i piloti: mantenere le rispettive posizioni di partenza nel primo giro, evitando sorpassi rischiosi in un tratto di pista già segnato da precedenti drammatici.
La gara: la prima vittoria di Montoya in Formula 1
Sul piano sportivo, il GP d’Italia regalò comunque un capitolo storico: Juan Pablo Montoya, scattato dalla pole position con la Williams-BMW, conquistò la prima vittoria in carriera in Formula 1, precedendo di oltre cinque secondi la Ferrari di Rubens Barrichello. Completò il podio Ralf Schumacher, compagno di squadra del colombiano, mentre Michael Schumacher, già campione del mondo aritmetico da settimane, chiuse solo quarto, apparso meno performante del solito dopo le sue stesse dichiarazioni sul clima surreale vissuto a Monza.

Uno sport messo di fronte a se stesso
Il Gran Premio d’Italia 2001 resta ancora oggi un caso emblematico di come il mondo dello sport professionistico dovette confrontarsi, quasi senza preavviso, con una tragedia capace di ridefinire le priorità globali. La scelta della FIA di non cancellare l’evento, unita alla decisione della Ferrari di rinunciare volontariamente alla propria identità commerciale per un giorno, raccontano un momento più unico che raro nella storia della Formula 1: quello in cui lo sport scelse consapevolmente di farsi piccolo, mettendo da parte spettacolo e comunicazione per lasciare spazio al silenzio e al rispetto.
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